Ma perché la Malesia?


“Perché la Malesia?” Questa è la domanda che ricorrerà più spesso nel momento che dirai che spenderai tutte le tue ferie per un viaggio in questo paese. Se alla stereotipata domanda “Dove vai di bello?”, non rispondi con le classiche destinazioni, ad esempio: “vado in Spagna” oppure “vado in Tailandia” o meglio ancora “vado in Puglia”; allora creerai nel tuo interlocutore dei seri dubbi, a volte di natura geografica per non dire filosofica. A quel punto lui risponderà con un bel “Ma perché la Malesia?”.

Naturalmente vorresti non fare altro che attaccare un bel pippotto sulle mete più trafficate, dire che molte zone turistiche del sud della Tailandia sono state distrutte più dall’ondate di turisti che da passati tsunami. Che è vero che in Italia o in Europa abbiamo posti di ineguagliabile bellezza, ma che se vuoi davvero che la vacanza non sia considerata tale, devi fare un’esperienza unica e personalizzata, che nessun altro prima di te (perlomeno fra i tuoi conoscenti) abbia fatto. Che, in fondo, per apprezzare veramente qualcosa, avendo così tanta bellezza a portata di mano, si deve puntare su luoghi estremamente diversi dal punto di vista culturale e paesaggistico dal nostro. Invece, ti limiti a rispondere con una semplice alzata di spalle.

Durante il mio viaggio in Australia, conobbi un ragazzo che aveva viaggiato in Malesia per qualche settimana. Mi parlò di questo posto a largo della costa orientale, vicino al confine tailandese. Mi disse che per lui quello era il paradiso. Delle isole tropicali, mare trasparente, dove si viveva con un senso di isolamento dalla civiltà. Per lui, quello era il più bel posto dove fosse mai stato.

Da allora sono passati molti anni, ma ho sempre avuto chiare in testa le sue parole. Per questo motivo, trovato un biglietto aereo alla modica cifra di 350 euro a/r, decisi di fare un itinerario alternativo a quello che già feci all’epoca, e che mi avrebbe portato come ultima meta a vedere quelle fantomatiche isole.

Il viaggio che mi ero proposto era uno impegnativo, c’erano molte cose che non avevo ancora visto della Malesia continentale e avevo poco tempo per vederle. Questo poi, è una costante in quasi tutti i viaggi purtroppo – anche in quelli dove il tempo non è tra le risorse più limitate. L’accontentarsi in modo da vedere meno ma meglio è solitamente una saggia scelta. Io però, in questo, saggio non lo sono per niente e finisco sempre per aggiungere mete e destinazioni al mio itinerario di viaggio. Così, con la rassegnazione di una vacanza poco rilassante, ho programmato un viaggio che mi avrebbe portato da Singapore fino al confine tailandese andata e ritorno, ovvero un viaggio di 1400 chilometri da fare in due settimane.

Ripensare alle mete visitate mi fa ripensare al motivo per cui ho scelto la Malesia. La penisola malesiana è stata al centro di numerosi scambi tra le grandi civiltà che sono nate e si sono sviluppate in Asia. Da millenni, gli abitanti della penisola sono stati abituati a commerciare con i più disparati popoli e ad accogliere quelle tradizioni che più le affascinavano. Non è un caso che la Malesia sia patria di numerose religioni: musulmana e induista (portata entrambe dall’India), buddista (praticata dalle grosse bolle di popolazione cinese che vivono sulla penisola), cristiana (i portoghesi invece questa volta). Questa co-abitazione è presente di conseguenza anche nell’urbanistica delle città. Emblema di questo è Malacca dove a pochi metri di distanza troviamo moschee, pagode e mandir. E’ proprio la diversità che mi ha spinto a visitare il paese. Non solo i luoghi di culto, in Malacca possiamo trovare, sulla collina che sovrasta la città, una chiesa e un fortino fondato dai i portoghesi, primi a mettere piede nella regione e a capire che la rotta per le Indie, e per le sue ricchezze, sarebbero passate dal suo stretto. A Malacca possiamo trovare poi un paio di edifici molto interessanti: il primo, che è di estremo fascino per le sue simmetrie e decorazioni, è la casa di una famiglia aristocratica cinese vissuta qualche secolo fa a Malacca; la seconda, una bottega ristrutturata che propone uno scorcio storico sulla vita commerciale del xix secolo.

Vista sul fiume in un locale occidentale di Malacca

Kuala Lumpur è invece la città dei contrasti. Troviamo grattacieli costruiti e in costruzione, con a pochi metri stazione ferroviarie di epoca coloniale, troviamo quartieri finanziari che reggono il confronto con la vicina Singapore, e troviamo però anche sacche di povertà assoluta nello strato sub-urbano. Troviamo rimasugli della foresta fluviale che una volta padroneggiava la regione, ma anche acque di scarico promossi a fiumi. Non è una città italiana, non ha la ricchezza culturale che abbiamo in molte delle nostre città, riesce tuttavia ad avere un certo fascino e alla fine è questo che conta.

La food court all’interno della Chinatown di Kuala lumpur è il miglior posto per mangiare a poco in pieno centro.

Andando verso nord, a circa quattro ore di viaggio, si trovano le ben note piantagioni di tè, le Cameron Highlands. Se siete mai andati in zona equatoriale capirete benissimo quanto vi sto per dire. Un amico che lavora a Dubai è solito dire che laggiù esistono due stagioni: l’estate (che va da Ottobre a Marzo) e l’inferno. Nei climi tropicali-umidi ne esiste solo una, e non è l’estate. Quindi non è difficile capire il motivo per cui le Cameron Highlands siano diventate una zona dove i ricchi vanno a trovare ristoro. Situate su un altopiano, le temperature giornaliere sono costanti per tutto l’anno su massime dei 26 gradi il giorno e minime di 16 gradi la sera. Oltre alle fotogeniche piantagioni di tè, la zona è circondata anche da numerosi sentieri nella giungla. Non lasciatevi troppo intimorire dalle fonti che trovare su internet, sono fattibilissime anche senza una guida locale (magari non tutte). Il sentiero 1 (vedi link) è abbastanza impegnativo soprattutto se un po’ fuori allenamento, però i paesaggi che si possono ammirare una volta arrivati in cima varranno lo sforzo.

Una delle colline ricoperte di the (Cameron Highlands)

Dalle Cameron Highlands fino alle Perenthian è un interminabile viaggio fatto con uno shuttle bus su una strada asfaltata ma piena di curve. Organizzarlo è un po’ un salto nel buio (a causa dell’assenza di alternative e delle poche informazioni che si trovano su internet). In poche parole è necessario prendere uno shuttle bus fino a Kuala Besut (il porto turistico), da lì affidarsi ad un’agenzia che vende biglietti per le isole. Due consigli: non rimanete bloccati su Kuala Besut e fidatevi un minimo dell’agenzia in quanto sembrerebbe che applichino tutti le stesse tariffe per traghettarvi. Comunque sia il risultato sarà che avrete perso un giorno di viaggio per raggiungerle.

Alle Perenthian ci sono due isole principali, Kecil che è la maggiore e non ha pressoché alcuna infrastruttura all’interno eccetto che per diversi resort sulla costa; Peril, la minore, ha sentieri ed è popolata da chalet per backpackers. Sebbene le costruzioni sembravano presagire una trasformazione in un’isola tailandese (gli afflussi di backpackers sono in aumento); l’isola era ancora abbastanza spopolata. Per intenderci, mi è bastato farmi portare da un traghettatore (con il quale ho fatto poi anche amicizia) fino a una spiaggia non raggiungibile a piedi per avere un’intera spiaggia a mia disposizione. La flora marina è poi incredibile e la barriera corallina facilmente accessibile. Per bellezza dei coralli non è paragonabile all’Australia, però il farsi una nuotata dalla spiaggia e raggiungere atolli corallini è un piacere non godibile in molti posti australiani. Sono rimasto per quattro giorni sulle isole. Il mio chalet era il più economico dell’isola e probabilmente anche il più scenico. Era infatti una specie di palafitta con a due metri di distanza il mare. Capirete che per quanto pagavo (10 euro a notte) si trattava di un buon affare. Un piccolo aneddoto. La prima notte che passo sull’isola, poco prima di addormentarmi, sento uno stonfo sul tetto in alluminio della capanna. Subito dopo, per qualche minuto, un animale comincia a lamentarsi in modo tale da far presagire che non fosse troppo contento.  Alla fine mi sono addormentato dopo forse un’ora, con lo sguardo sulla finestra aperta e con in mano la scopa, aspettandomi da un momento a un altro l’ingresso di chissà quale animale. Qualche mese dopo, sentii lo stesso lamento in un film, era probabilmente un macaco.

Anche con una tempesta in arrivo, il mare è color turchese (Perenthian)

Per tornare alla città di partenza del mio viaggio ho avuto l’esperienza di viaggio più comoda di tutto il sud est asiatico, prendendo il famigerato Jungle Railway che da Kota Bahru porta fino al confine con Singapore (vedi link) . Per una cifra poco superiore ai dieci euro, si ha un letto abbastanza comodo in scompartimenti non troppo affollati. Non c’è prima classe, e se vedete una foto di una carrozza vi prendete spavento. Non ci sono scompartimenti, bensì un corridoio centrale con dai lati i dormitori. Nonostante ciò le tende di color bordeaux saranno anche estremamente antiestetiche ma garantiscono il minimo di privacy richiesto.

Infine Singapore. La cosa triste di Singapore è il contrasto che avrete dopo aver viaggiato in altri paesi della regione. Singapore è probabilmente la città più ricca dove sia mai stato e non solo perché sarete circondati da numerosi esempi di lusso, con hotel 5 stelle e Ferrari ogni cinque minuti, ma perché questa ricchezza sembra ricadere sulla gestione pubblica del piccolo stato. I mezzi di trasporto sono perfetti, i quartieri residenziali sono eleganti, i parchi sono numerosi e tenuti alla perfezione. Le strade sono più pulite del bagno di casa mia. Emblema di questo è il famoso albergo con la vasca piscina sul tetto. Sicuramente un’immagine suggestiva, ma oltre a questa trovata, dovete sapere che sotto i tre grattacieli che compongono l’albergo è presente un centro commerciale dove si può andare in giro attraverso delle mini-gondole per canali artificiali. Conoscendo la situazione oltre confine questo lusso è facilmente percepibile come di cattivo gusto. Dall’ altro lato è secondo me innegabile che Singapore sia una bella città. Ha una parte storica importante, musei ben organizzati ed è ricca di locali e ristoranti dove mangiare. E’ per questo sicuramente una meta interessante.

Tramonto su Clarque Quay (Singapore)

Un ultimo appunto sui malesiani. Difficilmente ho trovato popolazione più accogliente e pronta ad aiutarti. In praticamente tutte le città c’è stata perlomeno una persona pronta a darmi una mano o consiglio. Non c’è neanche bisogno di chiedere, saranno loro che verranno da voi per mostrarvi la strada o per fare due chiacchiere. E badate, non è come in Cambogia o in Tailandia dove si viaggia con il timore perpetuo che qualcuno si avvicina con l’unico scopo di fregarvi in qualche modo; in Malesia sembrano genuinamente interessati ad aiutarvi. E questa è forse la sorpresa più bella quando visiterete questo straordinario paese.

Quindi, quando mi chiedano “Perché la Malesia?”, io rispondo con un’alzata di spalle sebbene abbia in mente ben chiare le ragioni che mi hanno fatto innamorare di questo paese.

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