La poesia del viaggio


 

No, è impossibile, impossibile comunicare ad altri la sensazione viva di un momento qualsiasi della nostra esistenza, quel che ne costituisce la verità, il significato; la sua sottile e penetrante essenza. È impossibile. Si vive come si sogna: perfettamente soli. (J.Conrad, Cuore di tenebra)

 

Sono già quattro mesi che non metto piede fuori dall’Italia. La mia vita scorre molto più velocemente di prima, ormai ho 25 anni, appena compiuti, eppure sono di nuovo all’università a studiare. Ho scoperto per la prima volta cosa significa vivere in modo indipendente in Italia. A Forlì, grazie alla borsa di studio, mi è permesso di studiare senza lavorare e di campare quasi senza aiuto da parte della mia famiglia. Ho riscoperto la gioia nelle lezioni, nello studio individuale e di gruppo. Ho riscoperto le soddisfazioni e le amarezze dell’università, istituzione che vede il suo principio ordinatore nel voto, fiducia cieca in un numero con la quale si cerca di classificare meritoriamente una persona. Non c’è spazio per la curiosità e la scoperta, che sono poi i veri valori su cui dovrebbe poggiare un istituzione educativa. Ho riscoperto però anche persone molto interessanti, con le quali posso finalmente dialogare liberamente (senza apparire presuntuoso o saccente) degli argomenti che più mi interessano. Una sana conversazione dove ci si accorge di apprendere dal modo e dal pensiero degli altri è più piacevole di una qualsiasi lettura. Il bello della mia facoltà è anche quello, direi praticamente tutti hanno fatto un esperienza all’estero. Il brutto, pochi hanno avuto il tempo di cogliere in pieno la bellezza e la libertà del viaggio estremo (estremo concettualmente). Io purtroppo non posso parlarne troppo entusiasticamente perché il farlo, mi fa apparire sempre fuori luogo, come se stessi parlando di un evento o di un esperienza, mentre in realtà parlavo soltanto di me, una parte che è difficile raccontare in poche frasi.

Lo stabilizzarsi porta con sé vantaggi e svantaggi. Il più grande rammarico che sento è quello di stare perdendo qualcosa di molto importante.La poesia.

Non sono un poeta, non ne sarei mai capace. Nonostante mi piaccia scrivere, vedo sempre enormi limiti nella mia retorica. Non è però di questa poesia che sto parlando, non di quella descritta dai libri di scuola. Io parlo della poesia del viaggio. Dopo un po’ che si viaggia, sentiamo quella strana sensazione, difficilmente descrivibile, ma che a me piace chiamare poesia. Sappiamo cosa significa solo dopo averlo provato almeno una volta, un po’ come l’amore.

Un ragazzo con cui ho viaggiato era un poeta. Lui non scriveva versi, non cantava le lodi a qualche fanciulla e non leggeva Baudelaire. Eppure bastava vedere come viveva per non avere dubbi sulla sua arte. Lui aveva deciso di trasformare ogni momento della sua vita in qualcosa di eccezionale seguendo uno schema artistico. Così ogni cosa che faceva doveva avere un qualche remoto significato estetico, non coscientemente beninteso, ma ogni sua azione era diventata in completo equilibrio con il resto. Si prendono le più stravaganti scelte in questo modo e spesso si arriva a cambiare repentinamente il nostro essere. Cosa c’è di più poetico di questo? Di rivoluzionare la nostra storia. Di fare cose impreviste da noi stessi e di separarci dalle esperienze passate. Ne ho conosciuti di poeti. Molti non li ho neanche trattati con il rispetto che meritavano. Si sa i poeti sono fuori dal mondo, non camminano tra i nostri passi, loro sono idealisti, non si fermano a fare la vita di tutti.. magari fanno i lavapiatti, o fanno i camerieri, ma mantengono sempre una costante folle nella loro mente.. eh si forse ho trovato il modo di definire la poesia del viaggio, altro non si tratta che di follia.

Avete presente quella risatina che vi viene ritrovandovi in una situazione strana ma che in fin dei conti vi piace? In viaggio succede continuamente. Quella risatina non è altro, secondo me , che felicità dello straordinario. E per provare felicità nello straordinario un po’ folli bisogna esserli. Mi ricordo, ad esempio, il mio ghigno il natale scorso. La notte di natale, la passai in macchina. Per festeggiare l’occasione avevo parcheggiato la mia macchina sotto uno dei quartieri più ricchi di Sydney, vicino a Bondi beach. Al mio risveglio, ancora con le cispe sotto gli occhi e ancora in pigiama, uscii dalla macchina. Una famigliola australiana mi vide e allegramente mi salutò dandomi il buon natale. Ecco, descritta sembra una scena triste. Un giovane ragazzo che per natale si trova a dormire in una macchina. Ma a me la semplice idea mi faceva ridere e questo era tutto quello che mi bastava e quello che cercavo. Anche le disavventure o i contrattempi rientrano in questo sistema. Sicuramente fare il giostraio non è un lavoretto piacevole. Penso che quegli siano stati i giorni più lunghi della mia vita. Ma a volte, la sera, quando tornavo a letto nella mia roulotte, mi mettevo a pensare: io, neolaureato in scienze politiche, senza mai aver lavorato un giorno nella mia vita, finito a fare il giostraio in un qualche sperduto paesino australiano. A voi non fa ridere? A me faceva, ed è per questo che andavo sempre a dormire con il sorriso sulle labbra. Anzi, a volte sono proprio le disavventure quelle che si vanno a cercare in modo rendere la nostra esperienza ancora più indimenticabile. Datemi pure del folle, perché probabilmente questo ero. Però quella follia mi manca e stare a casa, nella normalità e nell’ordinario, dove sai che niente di nuovo ti aspetta il giorno dopo, mi fa di nuovo capire il motivo per cui amo così tanto viaggiare. 

 

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