Superare l’ostacolo della Qualità, cercando il vuoto


Così come quando gioco a scacchi, il titolo è stato buttato lì senza farci troppe considerazioni. Il parellalismo con la mia scabra tecnica scacchistica è più che azzeccata, vedo il re avversario, vedo un possibile scacco matto per quale realizzarlo occorre il sacrificio di importanti pedine, metto in atto la strategia sapendo che se andasse a segno sarebbe un vero colpo di genio. Come spesso accade però, tutto questo avviene senza aver calcolato prima tutte le possibili reazioni dell’avversario, che sono troppe da considerare per il mio lento e pigro cervello. Così la provo ugualmente e come spesso accade, va a finire nella perdita delle pedine senza aver ottenuto la vittoria della partita.
Quella frase messa lì nel titolo ha avuto come fonte lo stesso impulso. Potrebbe essere un intuizione geniale, come non esserlo, ma anche se lo fosse con le mie scarse conoscenze e senza averci adeguamente riflettuto sopra finisce per essere una frase a caso buttata là.
Ma cosa volevo intendere con “superare l’ostacolo della Qualità, cercando il Vuoto”? Prima di tutto, le due idee chiavi sono la Qualità e il Vuoto, uno, il primo, un concetto filosofico tipicamente occidentale che è stato affrontato nella storia umana più volte, il secondo, il vuoto, un concetto invece tipicamente orientale appartenente a più religioni, dal confucianesimo al taosimo.
Per poter meglio inquadrare la frase, andrebbe innanzitutto definito i due concetti, il chè potrebbe richiedere veramente anni di ricerca o di studio. Così come mi è solito, affronto la questione da neofita, senza alcun presunzione e scusandomi con gli eventuali studiosi di filosofia di questo abominio.
Definire cos’è la qualità reppresenta il principale ostacolo che si incontra. Ogni persona sa distinguere un oggetto, un sentimento, o una persona di qualità da un altra, ma se dovessimo chiederle il motivo la risposta sarebbe meno scontata. Ammesso si riescano a trovare dei motivi per cui qualcosa sia di qualità maggiore di un altra, essi incadono in quello che è il relativismo assoluto. Tutto è relativo e il valore, essendo nient’altro che soggettivo, perde di valenza nel momento in cui si cerca di dargli una connotazione oggettiva. Questo è un pensiero pericoloso, in quanto fa perdere valenza a qualsiasi cosa, però ammettete che è una devianza piuttosto facile e comune nel quale si può cadere. Niente è buono e niente è cattivo, il giudizio può avvenire solo in una delle migliaia sfaccettature dell’universo, la comprensione totale è un utopia della mente umana irrangiugibile. Per questo tutti quelli che saranno i nostri giudizi sulla qualità saranno per forza condizionate del nostro essere, dal nostro ambiente e soprattutto, dalla nostra ignoranza. Arrivando a questa conclusione allora, come posso giudicare qualcosa? Ha valenza continuare a giudicare il mio mondo circostante se questo giudizio è mutevole e ingannatorio? Purtroppo solitamente la mente umana ha bisogno di un criterio di giudizio netto che gli permetta di relazionarsi con gli altri e di capire cosa è meglio per sè e per la società. Così avendo fisso un criterio di giudizio sulla qualità, formatosi in anni, modellato dalla famiglia e pesantemente influenzato da amicizie, relazioni umane e semplicemente casi storici(intendo esperienza). Questo criterio viene ritenuto da molti “oggettivo”, ma di oggettività ha ben poco. Così ci si ritrova a credere che una ferrari è meglio di una fiat, che come vivo io è meglio di come vive lui, che fare il top manager è meglio di fare l’operario. Voi potreste facilmente dire, ok, magari l’oggettività rimane sempre di carattere soggettivo perchè filtrato da una mente, però se chiederai ad una popolazione di centomila persone se è meglio una ferrari o una fiat il 99% delle persone ti risponderà in modo univoco. Non è quindi anche questo una forma di oggettività, non assoluta ed astratta, ma ottenuta dalla somma di una moltitudine di soggettività? Sì, questo si chiama senso comune, non è oggettività. Secondo me qualcosa d’oggettivo è qualcosa che trova tutti d’accordo, è una realtà assoluta difficilmente immodificabile, essere contrario significerebbe solo essere contrari alla realtà. Questo è quello che penso essere l’oggettività, una definizione applicabile qualche volta, ma che trova serie difficoltà nel caso in cui l’aggettivo che gli poniamo diventi sia “migliore”. Nel caso una persona su quelle centomila si trovi in disaccordo con voi, sostenendo la tesi contraria rispetto a tutta la popolazione, come mai potrete sostenere che lui si trova dalla parte sbagliata, forse siete semplicemente voi che siete seduti dalla parte della consuetudinarietà e non riuscite a vedere quello che lui vede.
Questo penso sia un dilemma abbastanza difficile da smontare, non se ne esce fuori, la qualità non è qualcosa di quantificabile, non può essere misurata o analizzata tramite un metodo scientifico, è qualcosa che fa parte delle nostre percezioni anche se l’oggetto da analizzare si trova al di fuori di noi. Questo mio delirio nasce dalla lettura di un libro il cui titolo è secondo me emblematico per quello che è anche il mio viaggio in oriente: “Lo zen e l’arte della manutenzione della motocicletta” (la cui lettura consiglio a tutti quelli a cui piace viaggiare). Lo zen oriente, la motocicletta occidente. Nel libro, Pirsig, sostiene che la qualità non è classificabile nè come oggettivo nè come soggettivo, è semplicemente qualcosa che si trova nel mezzo e fa da tramite, ha un po’ di uno e un po’ dell’altro.
Sì va bene, ma dopo tutto questo bel discorso cosa rimane ad una persona? Si è forse riuscito a classificare un concetto, ma poi nel concreto non è cambiato nulla, la vita va avanti anche se non si conosce Aristotele o Sofocle.
In questo caso penso che il concetto di vuoto introdotto dalla cultura orientale e sconosciuto a quella europea, secondo me rappresenta la miglior soluzione al problema. Il vuoto è difficile anch’esso da inquadrare, esso è il contrario del tutto, ma non è il niente. Niente è già qualcosa. Il vuoto (a quanto ho capito) è una predisposizione mentale. Una mente vuota è pronta ad assorbire il più possibile dal mondo circostante, è una mente che non è frenata da preconcetti che non si cristallizza su posizioni ma che è sempre pronta a mutare. E’ una mente flessibile. Il vuoto ci dice che non c’è niente di assolutamente sbagliato e niente di assolutamente giusto, il bene e il male sono sue facce della stessa medaglia e sono indivisibili l’uno dall’altro. La cultura confuciana\taoista vuole quindi che le due cose coesistano. Solo in questo caso si può superare l’ostacolo della qualità, solo capendo che ogni cosa al mondo ha un polo positivo e uno negativo, e soprattuto capendo che l’avere anche un polo negativo non rende quel qualcosa di qualità cattiva. Quello che ognuno può fare non è quello di perseguire una qualità astratta e assoluta tipica della mentalità europea, non è il fine che conta, è il mezzo. Non importa che lavoro si faccia, se siamo riusciti a realizzare i nostri sogni oppure se siamo riusciti ad ottenere quello che volevamo, la vera cosa importante è il come.

Quello che sto apprendendo viaggiando qui in Asia è che le nuove esperienze e le nuove conoscenze allargano la visione che si ha del mondo. Esplorando nuovi paesaggi, cercando di adattarsi a nuovi ambienti sociali, provare e vedere con i propri occhi culture e persone che agiscano diversamente da noi, con altri valori. Soprattutto, dover continuamente ricercare soluzioni a problemi che in viaggio come questi sono quotidiani. Dove dormire, dove mangiare, contrattare per i prezzi, sapersi muovere in contesti sconosciuti interagendo con persone sconosciute. Tutte queste azioni, comune in viaggio, mi hanno portato ad avere una conoscenza maggiore del mondo e di conseguenza, ad una maggiore consapevolezza.
In tutto questo gioco il Vuoto svolge la importante ed essenziale funzione di unica e insostituibile predisposizione mentale utile ad arrivare a questi obiettivi. Flessibilità, altrimenti ancorandoci sulle proprie posizioni rischieremo a volte di perdere importanti aspetti della realtà. Come dice anche un detto, non esiste maggior cieco di colui che non vuole vedere.
Ma cos’è che andavo cercando? Un nuovo modo di vivere o un modo per esser felici? No, quello che cercavo era la libertà, ma non la libertà come concetto astratto, cercavo (e cerco tutt’ora) la libertà dalla paura. Paura provocato dall’ignoto e dall’ignoranza, da una società che ti costringe a distinguerti e ad un egoistico individualismo. Una società quella odierna basato sull’ego che sfocia quasi in un edonismo di cose frivole. Paura di perdere sciocchezze unita e istinti assuefatti alla visione di altri. In altre parole non siamo altro che il risultato del nostro ambiente sociale, costretti ad obbedire tramite la minaccia di paure senza senso. La consapevolezza e l’ambizione sono forse le uniche illusioni che ci permettono di ritenerci liberi e per coltivarle nel miglior dei modi, bisogna viverle tramite il Vuoto. Vuoto che ci permette di aver maggior successo tramite la riflessione a posteriori, in modo da amplificare quelli che altrimenti sarebbero solo dati immessi nel nostro cervello, ed con l’umiltà da non pensare mai di aver acquisito a sufficienza o di pensare di possedere l’unica e vera realtà. Bisogna ricordarsi che, come dice confucio, la vera conoscenza sta nel’To know that we know what we know, and that we do not know what we do not know’ ed essere sempre pronti ad amplificare e anche a rivoluzionare le proprie idee (sempre però seguendo quella che è la nostra razionalità e logica, vera e unica ancora in tutto il nostro pensiero).

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2 risposte a “Superare l’ostacolo della Qualità, cercando il vuoto

  1. Ho iniziato a scrivere queste articolo qualche mese fa, poco dopo aver iniziato il viaggio in Asia. L’ho modificato varie volte, cambiando anche diverse volte idea riguardo a quello che scrivevo,per questo motivo penso che apparirà come il dipinto di Escher che ho messo all’inizio. Ho deciso di pubblicarlo per questo motivo, perchè vi ho visto un po’ di follia al suo interno.. ahha

  2. …invece Socrate diceva “The only real wisdom is knowing you know nothing”. Il bello è che mi è stato ricordato da un nativo americano che fa il ricercatore in Tasmania. Bella riflessione Bekri, spero le nostre strade si incrocino in futuro.

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