Il cerchio si chiude!


Dopo quasi otto mesi in giro per l’Australia, sono di nuovo tornato al punto di partenza, Sydney. Ho girato in lungo e in largo e se penso a questi ultimi mesi sembrano davvero essere lunghi una vita. Alla fine l’Australia è un paese, ma la grandezza è quella di un continente, girarla significa impiegare mesi e macinare chilometri. Girarla significa dover lavorare, mettere da parte soldi, dover risparmiare su tutto, niente più beni di lusso, niente più vizi, niente più roba. Viaggiando in Australia bisogna solo pensare ad una sola cosa, il Viaggio. Non importa se si vien mal pagati, non importa se per un mese si è costretti a mangiare noodles, non importa dormire su un sedile della macchina, su una spiaggia o sul pavimento di una stanza in ostello. Ho fatto molti sacrifici, lo ammetto, sacrifici che per altri sarebbero impensabili. Ho lavorato come giostraio per un mese e mezzo, vivendo in una roulotte, andando in giro insieme a persone realmente disagiate, forse una parte d’Australia che soliti non si è vedere, con loro ho viaggiato in paesi non turistici, paesi dove il Luna park una volta l’anno era uno dei pochi intrattenimenti che avevano. Ho conosciuto tutti i tipi possibili di backpackers, riuscendo oramai ad inquadrarli bene quando li vedo. Esistono infatti due tipi di backpackers, quelli che sono qua per viaggiare e quelli che sono qui per lavorare. Le priorità cambiano, i primi non se ne possono stare fermi nello stesso posto a lavorare più di molto, i secondi si possono fermare e spendere tutto il visto nella città in cui atterrano. Solitamente il rapporto non è dei migliori, perlomeno si esce insieme, si parla, ma quando si entra nel discorso vero, cioè nel discorso “perchè siamo qua” qualcosa si inclina. Loro non riescono a capire perchè ho accettato di lavorare a 14 dollari all’ora in una farm e non me ne sono restato a lavorare in una città dove tutte le sere posso uscire e divertirmi, io non capisco invece come si fa a venire in Australia senza sapere assolutamente nulla di questo paese, senza sapere nè geografia, nè clima, nè cultura, nè la lingua. Sono due modi diversi di vedere il mondo, una romantica l’altra materialista. Non che una sia sbagliata e una sia quella giusta, però sono semplicemente diverse. Non esistono persone solo di un tipo, tutte le persone hanno un po’ dell’una e un po’ dell’altra. Secondo me l’importante è capire in quali momenti della vita si ha bisogno di una e in quali momenti dell’altra e soprattutto di non affrontare questi momenti con la sbagliata visione. Quando si fa confusione il risultato è solo uno, tornarsene a casa frastornati, senza aver capito per quale motivo si era fatto tutto ciò e senza aver trovato una soluzione. Magari si rivuole anche tornare in australia, perchè ci si è trovato bene, perchè alla fine ci si è divertito e si sono conosciuti buoni amici, però non si ha orizzonti che vanno oltre questo limite, non si riesce a vedere aldilà di questo. Partire per un viaggio del genere significa dover esser pronti ad un grosso cambiamento, un cambiamento che deve venire prima dentro di noi che fuori. Si deve essere flessibili e non essere bloccati da pregiudizi o da falsi miti. Si deve, insomma, essere pronti a rinunciare al mito della “bella vita” per riuscire ad imboccare la giusta via, la migliore per noi stessi, cioè la via che noi vogliamo realmente fare. Non sono qui comunque per dare insegnamenti a nessuno, tutte le mie idee sono talmente soggettive che darle una valenza generale sarebbe sbagliato. Però mi piace delle volte filosofeggiare, soprattutto nei momenti che ho passato in solitudine, erano le uniche cose che uno potesse fare. Mancando persone con cui conversare, si finisce realmente per parlare dentro di sè, delle volte anche ad alta voce apparendo pazzo al più della gente (penso veramente che la solitudine possa portare facilmente alla pazzia). Quello che mi andavo chiedendo era sempre una cosa “come posso essere sicuro di quello che voglio?”, o meglio, come posso essere sicuro che sia veramente Mio e non frutto semplicemente di interazioni con altre persone e con l’ambiente in cui sono vissuto. In altre parole, posso essere veramente sicuro che siano miei questi desideri e che non siano stati presi in prestito da qualcun’altro? eheh. Sono classiche domande che possono avere una facile risposta (sono miei una volta in cui li percepisco come tali) come non averne affatto una (nel momento in cui me lo chiedo, non sono più miei? non stanno magari cambiando senza neanche accorgermene, e se cambiano cosa vuol dire? che non erano veri? che erano solo il frutto di un momento della mia vita?). Insomma, quando si fa di tutto per perseguire quelli che sono le proprie ambizioni si finisce a volte per porsi fin troppe domande, e se si vuole ottenere una cosa bisogna avere dubbi sul come, ma mai sul perchè. Almeno la penso così. La sto tirando un po’ troppo per le lunghe, ma ogni tanto sento proprio il bisogno di un brain storming e di scrivere un po’ di sciocchezze che ho nel capo.
Insomma, vi dicevo, sono di nuovo a Sydney. Sono arrivato solo da un giorno ma il rientro non è stato dei più felici. Con in mente la vita di Melbourne, i fiumi di persone che si riversavano in centro, Sydney mi sta deludendo. Il CBD di Sydney è oramai un covo per backpacker, turisti e cinesi\indiani unici veri lavoratori fissi in questa parte di città. Andrò a vedere a Bondi, ma l’impressione di città “finta” che tanti abitanti di Melbourne attribuiscono a Sydney, sembra balenarmi oramai agli occhi. Con questo, vedere Port Jackson è sempre un emozione, anche dopo aver girato in giro e in largo per l’Australia. Questa baia rimane, anche con tutta l’urbanizzazione, uno dei più bei posti in Australia.

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